LE MIE RIFLESSIONI SUL CAPORALATO DOPO L’INCHIESTA DI SLOWINE

NOVELLO LANGHE BELVEDERE

 

Quando da ragazzino “scendevo” a trovare i parenti in Puglia, la mattina andavo con mio nonno “‘o fond” (letteralmente “al fondo”, la terra, il pezzo di campagna) dove bisognava accudire gli olivi, le pesche, le vigne. Si partiva con il 128 celeste da Canosa, si faceva qualche km, si andava verso la strada di Andria e lì c’era la campagna del nonno. Durante quei pochi minuti di macchina si passava vicino ai latifondi e mio nonno mi diceva “Federì, li vid a chir’, fatëgan tant e nan mangën’ nint” (li vedi quelli, lavorano tanto e non mangiano niente). Decine e decine di persone già con la schiena curva chissà da quante ore. Normale amministrazione, quello che si è letto, visto e sentito sul caporalato in quelle terre (come in molte altre) è la normalità, funziona così da sempre, nei campi e sui cantieri, operai italiani e stranieri. Le forme di caporalato sono molteplici e quella più semplice è fare le aste (di forza lavoro) al ribasso arrivando anche a 3/5 euro come si diceva, ma in questo caso l’illegalità è palese e si può facilmente combattere se solo si volesse. Esiste però una forma dove su carta è tutto lecito, a norma, paga salariale come da contratto, tutto in regola, voucher o assunzioni, settimanali o giornaliere. E allora qual’è il problema? Il lavoratore “restituisce” al caporale una percentuale di quello che ha guadagnato per spese “varie ed eventuali”. Va da se che chi non “restituisce” il giorno dopo non lavora ne con lui ne con nessun altro. Adesso qualcuno si è accorto che anche nella ridente provincia del nord esiste questa forma di sfruttamento (un po’ come “la mafia al nord non esiste” ve la ricordate?). Carlin Petrini dopo l’articolo di Gariglio ha dato le sue indicazioni: che i produttori prendano una posizione netta contro questi metodi, che le cooperativa cooperino e non sfruttino, che i consorzi vigilino. Parole sante. C’è un “ma”, c’è sempre un “ma”. Tutto ciò è partito da un produttore che ha chiesto di parlare del fenomeno. Va bene, ne stiamo parlando o meglio…ne abbiamo già parlato ed è morta lì. È successo qualcosa? non mi sembra. Qualcuno si ricorda di che cosa è successo a Sarno nel gennaio 2010? Ecco, se non ve lo ricordate è perché nulla è cambiato. Il concetto è che quel produttore ha fatto bene a dare l’imbeccata per poter scrivere un articolo ma poi se i fatti non si denunciano (ad un giudice, ben inteso) non si va da nessuna parte e il problema rimane.

Va da se che ciò che dice Petrini nel suo primo punto dovrebbe essere la base: “Ai produttori chiedo di prendere immediatamente una posizione forte contro lo scandalo del lavoro nero, che non può essere ammesso in nessun caso. Non soltanto per ovvi motivi etici, umani. Forse non si rendono conto che senza una giusta paga e i giusti contributi per chi lavora ci sono poche possibilità di garantire la qualità del prodotto. È illegale ma anche controproducente.”

 

 

 

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